25 gennaio 2017

Roma moderna - post scriptum

Proprio pochi giorni dopo aver pubblicato il post Roma moderna, in cui mettevo in discussione la sua storia per come era stata raccontata in maniera ideologica e molto riduttiva da Insolera e da molti suoi seguaci più o meno diretti, ho trovato sullo stesso tema un libro molto interessante di Roberto Cassetti, professore di urbanistica e studioso della città, intitolato Roma e Lazio 1870-1945. la costruzione della capitale e della sua regione.


La bella introduzione, di cui riporto qui sotto in corsivo le parti salienti, parte proprio da alcune considerazioni sulla storiografia dominante.

Questo libro è il primo di una trilogia che analizza le trasformazioni dello scenario urbano della capitale e della sua regione dall'Unità d'Italia ai giorni nostri: si tratta di un periodo cruciale per Roma e per il Lazio - comune, se pur con tempi diversi a tutte le grandi metropoli dei paesi occidentali - : quello del passaggio da un'organizzazione dello spazio di tipo premoderno a quello della prima modernità.

Su questo argomento finora ha dominato una corrente storiografica che vedeva la regione come separata dalla città, e dava di quest'ultima, per convinzione, poi per moda o per prigrizia mentale, un'interpretazione unilaterale filtrata dai principi e dai dettami spaziali dell'urbanistica moderna. Secondo quest'ottica, eretta ad una sorta di credo, la forma urbana di questo periodo - le emergenze, i tessuti edilizi, lo spazio urbano - era da rigettare in toto, per cui lo sviluppo urbano era da esaminare solo come fenomeno quantitativo e le sue cause andavano ricercate esclusivamente nel fenomeno della rendita fondiaria. Era uno sviluppo che rompeva gli equilibri precedenti - idealizzati - senza crearne di nuovi, perché ad essi non veniva attribuito alcun valore. Questo predominio culturale è giunto al punto di far dimenticare e ridurre al silenzio il pensiero urbano del periodo, giudicando con disprezzo la città che ne è scaturita (per non parlare degli interventi sulla città esistente bollati sempre e soltanto come "sventramenti"). Cosí le realizzazioni urbanistiche, non esaminate dal punto di vista formale e funzionale, sono state avulse dal loro contesto sociale, dai bisogni e dalle aspirazioni della società, dagli stili di vita del loro tempo e sono state oggetto semplicemente di un giudizio ideologico. Un intero periodo storico è stato di fatto marginalizzato, ne sono state tagliate le radici, i principi, i valori simbolici.

Nel frattempo la città, da cui traeva ragione tale corrente storiografica, si è ulteriormente trasformata: la separazione tra Roma e la sua regione che ancora negli anni Sessanta faceva parlare di un insieme di realtà disomogenee ora non esiste più. La capitale si è dissolta in una vera e propria regione urbana (un sistema di città, di tessuti, di brani insediativi funzionalmente policentrico, intrecciato ad una grande galassia agricola ed interconnesso saldamente da un fitto sistema di reti) che rende di fatto la città e la regione un grande insieme unitario, che va esaminato in quanto tale. E anche il pensiero urbanistico è cambiato: si è fatta strada in tutta Europa una critica serrata al Movimento moderno che ha portato a rivalutare la spazialità della città otto-novecentesca fino alla seconda guerra mondiale, con le sue grandi attrezzature immerse nel tessuto urbano e con l'importanza strutturante dei suoi tracciati viari che costituiscono spazi di vita vivi e vitali. Lo schema di pensiero degli anni Sessanta che analizzava questo tipo di città soltanto in termini di occupazione edilizia e di speculazione delle aree e la isolava dal territorio circostante non è dunque solo un modello arbitrario, metastorico, che può essere compreso ma non più accettato, ma è anche inadatto ormai, e questo è il fatto più importante, a capire le radici del mondo attuale, che non nasce dal nulla, ma proprio in questo periodo pone tutte le sue più importanti basi. E' venuto il momento perciò di riesaminare tutto il panorama del periodo della città e del territorio otto-novecenteschi.

Grazie Roberto Cassetti per queste meravigliose parole.